Arrivare sul Monte Cimino è un crescendo stupore e colori in tutte le stagioni! Con i suoi 1.053 sul livello del mare, il Cimino è la vetta più alta della catena dell’Anti-appennino laziale dei Monti Cimini. Ci troviamo in provincia di Viterbo, nel verde territorio vulcanico della Tuscia. Il monte sovrasta il comune di Soriano nel Cimino, all’interno del quale si estende la meravigliosa faggeta di 58 ettari, partendo dai 600 fino a 1053 metri di quota. Si tratta di una tra le più imponenti e belle faggete, con alberi secolari, alti anche 50 metri, dell’Italia centrale, dal 2017 fa parte del Patrimonio Mondiale Naturale dell’Umanità dell’UNESCO. Meravigliosa tutto l’anno, in primavera per le fioriture, in estate per la frescura che offre, in autunno per l’esplosione di colori caldi che virano dal giallo all’arancio e per i tappetti di foglie che cadono e il cui fruscio accompagna chi ama percorrere la rete dei sentieri a piedi, in bike o a cavallo per goderne la bellezza. Il bosco è caratterizzato dalla presenza di “domi”, ammassi di magma di forma conica sormontati da grossi massi tondeggianti, residui dell’attività vulcanica risalente a un milione e trecentocinquantamila anni fa, alla quale si deve anche la formazione del “peperino tipico del Viterbese”, pietra tipica delle valli viterbese, utilizzata per l’edilizia fin dall’antichità. Il bosco è stato abitato fin dalla tarda età del bronzo (1150 a.C. circa), durante la quale fu occupata da un importante abitato, di cui rimane, quasi intera, la vasta fortificazione perimetrale e una piccola area fortificata, individuate dagli archeologi già intorno al 1890, ma esplorati scientificamente solo a partire dal 1976. In epoca romana, Tito Livio definisce la foresta Cimina “impenetrabile”, tanto da riuscire a bloccare a lungo le legioni di Quinto Fabio Rulliano, impegnate nella conquista dei territori etruschi, alla fine del IV secolo a.C. Per tutto il Medioevo e fino agli inizi del 1900, la Faggeta del Monte Cimino fu utilizzata come pascolo per i suini e per la raccolta delle faggiole (i frutti dei fagi), utilizzate per l’alimentazione degli animali, ma già a 1800 inizia a essere riconosciuta come luogo di grande pregio paesaggistico e turistico. Dai 1053 metri della cima scendendo tra i 950 e i 600 metri, la foresta in purezza di faggio (Fagus sylvatica) accoglie castagni (Castanea sativa), cerri (Quercus cerris), carpini neri (Ostrya carpinifolia) e bianchi (Carpinus betulus), in particolare sul Monte Palanzana e sul Monte Fogliano. Il sottobosco di arbusti e fiori riesce a svilupparsi solo nei tratti in cui luce del sole riesce a penetrare fra le chiome degli alberi. Molto ricca la fauna, come la lepre, il cinghiale, il riccio, il ghiro, il gatto selvatico, i picchi verde e rosso, alcuni rapaci diurni di piccole dimensioni, adatti alla caccia veloce tra gli alberi come lo sparviere e l’astore, poi la poiana e, sulle pareti di roccia vulcanica, il gheppio. Vi vivono anche diversi rapaci notturni, come il gufo comune, l’assiolo, il barbagianni, la civetta e l’allocco. Curiosità legata al cinema di cui la Tuscia è stata spesso protagonista: la Faggeta fu utilizzata come set di alcuni celebri film, tra cui Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli (1981)